Secondo la tradizione, quando San Pietro tentò di fuggire da Roma per non essere giustiziato, incontrò Gesù Cristo. Turbato da quella visione insolita chiese: “Domine, quo vadis?” (“Signore, dove vai?”). Gli fu risposto: “Romam, ut iterum crucifigar” (“A Roma, per essere crocifisso una seconda volta”). Investito dalla consapevolezza di dover accettare il sacrificio, San Pietro tornò quindi in città e accettò di subire il martirio.

La frase “Quo vadis?”, che in italiano significa appunto “Dove vai?”, è entrata nell’uso quotidiano dopo la pubblicazione del romanzo dello scrittore polacco Henryk Sienkiewicz intitolato appunto “Quo vadis?”, in cui l’apostolo Pietro è uno dei protagonisti della romantica raffigurazione del contrasto tra il mondo pagano in declino e il nascente Cristianesimo.

Quando mi guardo intorno e vedo solo mascherine, vorrei chiedere a ciascun passante anche io: “Quo vadis?”: vorrei chiederlo al mondo intero e capire.

Vorrei capire perchè, per cominciare, ogni mattina, qualcuno tenti di vendermi l’elisir del successo e propormi un vaccino contro la debolezza…vorrei capire perché la fragilità sia considerata ancora una vergogna e non un elemento necessario invece a volte, come l’errore, per essere persone soddisfatte…

Nella società contemporanea, la concezione del tempo è cambiata notevolmente rispetto a qualche anno fa: oggi i consumatori (non possono essere definiti altrimenti) sono sempre di corsa, sempre di fretta…

Siamo stati abituati ad avere tutto subito: siamo l’epoca dei “fast-food”, dove tutto deve essere veloce, (anche gli appuntamenti tramite “speed-date”) …

Non dobbiamo impegnarci particolarmente nelle cose perché possiamo fare tutto ciò che vogliamo con un dito sul cellulare, tutto il nostro mondo è a portata di smartphone, possiamo chiedere ad un qualsiasi assistente domestico di accendere le luci, alzare la temperatura del termostato…possiamo chiedergli cosa mangiare per cena, possiamo cercare su internet qualsiasi cosa ma non abbiamo più gli strumenti per goderci un atto d’amore o un’opera d’arte: siamo stati capaci di banalizzare e commercializzare in modo goffo infatti anche la meraviglia.

Siamo stati abituati a dare tutto per scontato (a cominciare dalla frutta e dalla verdura al supermercato) e siamo finiti a dare per scontato anche i nostri diritti ma distrarsi può essere un errore perché la democrazia, come ciascuno di noi, può cadere vittima in qualsiasi momento del primo fanatico armato di buone parole ed elisir per il successo…

Nella nota all’edizione del 1995 di “Il futuro della democrazia” (Einaudi, 1995), Norberto Bobbio scriveva parole che mi turbano ancora, parole che potrebbero essere state scritte ieri sera:

  “Non vorrei sbagliare, ma è una caratteristica dei periodi di decadenza il vezzo di abbandonarsi, compiacendosene o deplorandola, all’idea della fine. Ieri abbiamo sentito parlare addirittura della fine della storia. L’altro ieri, di fine della rivoluzione. Da alcuni anni, di fine del mito del progresso. Chi ritiene che sia cominciata l’età post-moderna, proclama la fine della modernità. L’idea della fine della democrazia rientra perfettamente in questo nuovo millenarismo. C’era da aspettarselo. La fine della democrazia è però soltanto una congettura esattamente come quella opposta. Non ho argomenti razionali sufficientemente fondati per difendere la prima ipotesi piuttosto che la seconda. Soltanto, se cerco di seguire non la mia debole facoltà di capire e quella ancor più debole di prevedere, ma la mia forte facoltà di desiderare e, nonostante tutto, di sperare, non ho dubbi sulla risposta”.

“Quo vadis?”, “Quo vadis?” società post (cosa)?

Come cantava Vasco Rossi: “Oggi non ho tempo, oggi voglio stare spento”, per cui voglio prendere un attimo per non fare più finta di essere come vorrebbe qualcun altro e voglio chiedermi, ancora: “Dove vado?”

Non dovrei stupirmi del nuovo ponte Morandi: non dovrei stupirmi dell’efficienza e della chiarezza di intenti; eppure oggi, ci sorprendiamo più facilmente della rapidità con cui si risolve un problema che dell’esistenza del problema stesso ed è grave, molto grave.

Non dovrei sorprendermi della gentilezza di uno sconosciuto eppure siamo lontani, siamo sempre stati lontani e se fino a pochi mesi, di fronte alla spontanea attenzione di un estraneo ci chiedevamo se non volesse rapinarci, tra non molto, ci chiederemo senza dubbio se non vorrà contagiarci…

“Quo vadis” in un mondo sempre più uniformato alle regole della paura?

“Quo vadis” quando si teme ciò che non si dovrebbe temere, cioè se stessi ma si è costretti ad aspettare dietro un muro o peggio dietro una mascherina? In compagnia di un “io” sempre più sprovveduto? Un “Io” sempre meno consapevole…

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