E poi, un giorno, noti all’improvviso che su Instagram qualcosa è cambiato: hanno cominciato a proliferare “immagini create da un’Intelligenza Artificiale”.

Le prime creazioni “intelligenti” che osservi, con distrazione, sono imperfette e, a tratti, grottesche, ma dopo non molto tempo, i difetti che hai notato scompaiono e (quasi) tutti cominciamo ad usare infine Chat GPT.

Sebbene i dubbi siano notevoli, decidi quindi di provare un bel giorno ChatGPT a tua volta ma poco prima di compiere il fatidico passo verso il “futuro”, il Garante della Privacy blocca il suo utilizzo in Italia; per evidenti ragioni tecniche, cominci ad interrogarti naturalmente sui mezzi attraverso cui aggirare il blocco (e sul senso dello stesso) ma quando meno te lo aspetti ti ritrovi tra i piedi una domanda inquietante:

“A cosa serve l’Intelligenza Artificiale?”

Credo che domandarsi a cosa serva l’Intelligenza Artificiale non sia solo naturale ma, addirittura, necessario e non solo perché, inevitabilmente, l’Intelligenza Artificiale potrebbe cambiare le nostre vite in modo radicale ma anche perché significa rivendicare il nostro diritto di espressione in quanto essere umani.

Nel domandarsi quindi, con schiettezza, quale siano gli scopi e, di conseguenza, i vantaggi che dipendono dall’Intelligenza Artificiale è possibile, in effetti, riscoprirsi essenziali, ragionevoli e, in un’ultima analisi, (al di là di quelle divisioni ideologiche che anche quando si discute di tecnologia impediscono un’analisi oggettiva e virtuosa), utili.

A prescindere, infatti, dalle motivazioni intrinseche della decisione del Garante della Privacy , le opinioni veicolate dai “professionisti dell’informazione” a proposito di Intelligenza Artificiale non sono state poste con l’obiettivo di compiere un’analisi razionale del fenomeno, bensì con il proposito di costruire già ora una divisione tra coloro che possono capire le opportunità dell’Intelligenza Artificiale e coloro che periranno.

Ora, sebbene sia vero, in termini teorici, che una novità comporta dei cambiamenti ai quali è necessario adeguarsi per continuare a “sopravvivere” in società, nel caso dell’Intelligenza Artificiale non è possibile liquidare le novità che essa potrebbe comportare con la stessa semplicità con cui i ragazzini si dividono all’oratorio quando devono stabilire le squadre per giocare a calcio.

Prima di abbracciare con serenità dogmi come “Tranquilli: l’Intelligenza Artificiale distruggerò dei posti di lavoro ma ne creerà altri” credo sia in effetti opportuno domandarsi, con sincerità, quali posti di lavoro l’Intelligenza Artificiale potrebbe distruggere e quali posti di lavoro potrebbe successivamente creare.

Ad essere costellata di “cattive intenzioni” non è solo la strada per l’inferno ma anche la strada che porta l’umanità verso il futuro e di grandi inganni ben venduti la storia è particolarmente ricca.

Dati economici alla mano, è possibile, oggi, non processare le affermazioni di Romano Prodi quando affermò che con l’Euro avremmo tutti guadagnato di più e lavorato un giorno di meno?

Allo stesso modo, dati alla mano, possiamo davvero pensare di non dover processare tutte quelle valutazioni economiche che, per esempio, non hanno contraddetto le condizioni finanziarie di realtà come Lehman Brothers prima del 15 settembre 2008?

Le impressionanti novità che l’Intelligenza Artificiale sembra prospettare non sono quindi, in conclusione, novità che in qualche misura possiamo gestire nel rispetto delle unicità di ciascuno ma novità che potrebbero, di fatto, relegare l’essere umano ad una posizione di subalternità.

Già oggi, l’Intelligenza Artificiale può sostituire con puntualità e precisione qualsiasi attività intellettuale per cui di fronte ad una verità oggettiva che non possiamo ignorare è necessario, a mio avviso, interrogarsi sulla fattibilità della convinzione per cui chi perde il lavoro possa riscoprirsi programmatore di Intelligenze Artificiali.

Se l’Intelligenza Artificiale costringerà le industrie a licenziare i propri operai per continuare ad essere competitive, cosa sarà degli operai di cinquant’anni? Si dirà loro di “fondare start up”? (Come disse Hillary Clinton agli operai che scelsero, non a caso Donald Trump)…

Se l’Intelligenza Artificiale sostituirà in maniera efficiente quasi tutte le occupazioni che conosciamo chi si prenderà cura delle persone e dei loro bisogni di mantenersi attive? Lo Stato? E a quali condizioni, lo Stato, si prenderà cura di persone che non avranno più i requisiti per partecipare in maniera attiva alla vita sociale del paese?

E se, in definitiva, l’Intelligenza Artificiale presterà il fianco alle strumentalizzazioni di parte e garantirà a chi ha pessime intenzioni immagini perfette per convincere l’opinione pubblica di cose non vere?

In altre parole: quanta responsabilità comporta, da parte nostra, un uso consapevole dell’Intelligenza Artificiale?

Già da tempo si discute di come una novità prorompente e diversa da un’automobile elettrica come l’Intelligenza Artificiale possa comportare rischi per ciò che, effettivamente, siamo ma la nostra incapacità di definire un equilibrio tra le parti ci ha già portati, temo, oltre un punto di non ritorno e se vero che la nostra crescente imperfezione deve essere corretta quanto tempo ci metteremo ad affidarci ad un’Intelligenza Artificiale affinché faccia ciò che dovremmo fare noi? (o non faccia ciò che dovremmo fare noi)…

Comments to: Perché con l’Intelligenza Artificiale non possiamo giocare in maniera irresponsabile

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Attach images - Only PNG, JPG, JPEG and GIF are supported.

Login

Welcome to Typer

Brief and amiable onboarding is the first thing a new user sees in the theme.
Join Typer
Registration is closed.