Le crisi di governo sono una costante della storia repubblicana.

Dal 1946 ad oggi, infatti, le crisi di governo sono state ben 66 e non hanno risparmiato nessuno perché hanno coinvolto tutte le forze politiche: democristiani, socialisti, centro-sinistra, centro-destra, comunisti e naturalmente pentastellati.

La forma di governo che caratterizza la nostra Repubblica, favorisce sicuramente il moltiplicarsi delle crisi appena descritte; al contempo, però, ricondurre le cause dell’instabilità dei nostri esecutivi esclusivamente alla Costituzione sarebbe non solo sbagliato, ma ingiusto.

Nella nostra storia, nessun Presidente del Consiglio dei ministri, una volta insediatosi, è riuscito a portare a termine la legislatura con la stessa compagine di partenza. L’unico ad arrivarci vicino fu Silvio Berlusconi, il quale governo durò 1412 giorni (Berlusconi II).

E gli altri? Come abbiamo visto, si sono assestati nella media di 404,18 giorni di durata.

Come già scritto, ricercare le cause dell’instabilità dei governi italiani tra gli articoli della Costituzione non basta.

Esiste infatti un problema centrale, che nonostante la sua esistenza si presenta astratto e sfuggente, come la nebbia dell’incomprensione in una discussione: si tratta di un problema politico.

Esso ha origine lontane e risale non casualmente agli albori della nostra storia repubblicana e conoscere la storia può essere il primo passo per cercare di sbrogliare il nodo al quale ci stiamo impiccando.

Una delle più grandi anomalie del nostro paese è stato il più influente partito comunista del blocco occidentale. Durante gli anni della cosiddetta “Guerra fredda“, pur di preservare lo status quo ed evitare di conseguenza uno stravolgimento degli equilibri geopolitici in Italia e in Europa si è permesso il superamento di tutti quegli ostacoli che una vera democrazia conosce.

Essendo stata la Democrazia cristiana l’unica vera forza democratica in grado di frenare l’ascesa del bolscevismo, si è garantito ad essa di costruire un mondo che nonostante la sua apparente instabilità potesse resistere per più di quattro decenni.

Da qui, la ragione per cui in Italia non è mai stato possibile attuare una reale alternanza tra le forze in campo e quindi l’attuazione effettiva di una serie di riforme strutturali (e non) di cui abbiamo ancora bisogno.

I tempi sono tuttavia cambiati. Per alcuni anni il ruolo dei comunisti è stato vestito dal Movimento 5 stelle; oggi, per ironia della sorte, tocca alle destre.

In nome della stabilità, “fermare le destre a qualunque costo” è diventato un imperativo indiscutibile.

Ripeto, paragonare l’Italia di oggi a quella della Prima repubblica (nel bene e nel male) non è possibile; tuttavia, continuare a preferire la sopravvivenza al dinamismo può costarci ancora caro. A cosa è servito screditare il Movimento 5 stelle (“la banda degli honesti”) fino a non molto tempo fa? Ad accrescerne solo la forza.

Possibile che nessuno capisca ancora che le battaglie politiche si vincono nel merito? Sembra proprio di si.

Il logorio che fa dell’Italia un paese costantemente in crisi temo durerà ancora a lungo…

Salvo pochi credibili casi, non vedo infatti alternative moderne e creative al tribalismo, alle polemiche e al terrore per il confronto sui contenuti (sfaccettatura grottesca di quel tribalismo appena accennato poco fa, ma comunque determinante per capire i nostri mali).

La verità è semplice ma difficile da accettare e comprendere: la ruffianeria, peccato mortale condannato dallo stesso Dante con versi straordinari, non può essere curata da nessun medico; l’incertezza, ostacolo di ogni buona intenzione, non può essere superata da un giovane vecchio (uomo o donna che sia); l’assenza di fibra morale, vuoto nel vuoto, non può essere riempita dalla forma di chi si improvvisa in iniziative che non gli appartengono.

Comments to: Un paese costantemente in crisi

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