Cosa succede (veramente) a est? Un’analisi scevra dalla tentazione di trovare “un cattivo”…

Cosa succede ad est? Cosa succede, veramente, in Ucraina?

Spiegare le tensioni delle ultime ore tra la Russia e l’Occidente è un’impresa a dir poco difficile. Ciononostante, comprendere le motivazioni storiche di un “conflitto” apparentemente anacronistico può essere fondamentale, (dopotutto, la NATO non è stata costituita nel 2021) …

Ma procediamo con ordine e cominciamo la nostra riflessione dalla seguente domanda: esiste l’Ucraina?

“Certamente!”, risponderemmo senza esitazioni ma come mai, qualcuno ritiene che esistano diverse “Ucraine”?

Vladimir Putin, ad esempio, ritiene che l’Ucraina sia russa e in parte non ha tutti i torti. Tuttavia, dimentica alcuni dettagli storici non poco rilevanti…

L’Ucraina è stata colonia greca e romana quindi bizantina, nel Medio Evo il suo territorio fu suddiviso fra diversi clan tribali slavi, nel 988 il principato di Kiev adottò il cristianesimo come religione e da questa entità si sviluppò di conseguenza la cosiddetta “Russia di Kiev”, (un “laboratorio politico” considerato antesignano della Russia moderna), nel 1249 le invasioni mongole distrussero completamente Kiev, dopodiché il territorio ucraino venne spartito per secoli fra diverse potenze, (il regno polacco-lituano, l’impero ottomano, i cosacchi del Dnieper, l’Austria e infine, l’impero russo)…

Con la rivoluzione bolscevica del 1917, l’Ucraina divenne il principale teatro del conflitto tra “rossi” (i bolscevichi) e “bianchi” (le forze anticomuniste legate al vecchio esercito zarista), ma nel 1922, con la vittoria dei “rossi”, entrò a far parte ufficialmente dell’Unione Sovietica e rimase all’interno della stessa fino al 1991, quando conquistò, teoricamente, l’indipendenza.

Nei successivi trent’anni, dal 1991 al 2021 quindi, l’Ucraina ha visto succedersi diversi governi, alternativamente filorussi o filoeuropei.

La cosiddetta Rivoluzione Arancione nel 2004 e la rivolta di Maidan nel 2013 hanno, ad esempio, riaffermato il desiderio della maggioranza della popolazione di stringere rapporti con l’Unione Europea ma la vicinanza con la Russia e alcune divisioni interne non pienamente sanate hanno impedito invece all’Ucraina un avvicinamento completo ai paesi europei e alla NATO e di conseguenza, hanno impedito al paese di raggiungere un nuovo equilibrio storico.

Il caso del Donbass, per cominciare, ha contrapposto la Russia all’Unione europea, e quindi alla NATO, già dal 2014.

Nello specifico, la guerra dell’Ucraina orientale o guerra del Donbass, inizialmente indicata come rivolta (o crisi) dell’Ucraina orientale, è un conflitto che ha avuto inizio il 6 aprile 2014, quando alcuni manifestanti armati, secondo le testimonianze, si sono impadroniti di alcuni palazzi governativi dell’Ucraina orientale, ossia nelle regioni di Donec’k, Luhans’k e Charkiv.

Le tensioni, pertanto, tra l’Ucraina e le regioni del Donbass non hanno inizio l’anno scorso, poiché si protraggono da molto tempo. Queste tensioni, come abbiamo visto, si giustificano, diciamo così, alla luce di un cambiamento degli scenari internazionali, scenari che hanno evidentemente spaccato l’Ucraina tra chi avrebbe sostenuto un avvicinamento all’Occidente e chi avrebbe conservato un rapporto di vicinanza con la Russia (il Donbass, appunto).

Ma il Donbass, quindi, è russo? E perché una possibile ridefinizione dell’Ucraina potrebbe comunque non risolvere il problema?

Il Donbass è caratterizzato dalla presenza di una consistente comunità russofona, (esattamente come la Crimea, che fu dichiarata indipendente nel 2014 dopo un referendum), per cui sì, il Donbass ha molto in comune con la Russia

Va bene, questo non giustifica certo un’invasione ma in Occidente non possiamo più giustificare le secessioni solo quando ci conviene. Fare una questione sui confini quando il vero problema è sapere dove collocare dei missili alla lunga non fa bene…

E qui, si arriva alla questione NATO.

La NATO, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord è un’organizzazione internazionale per la collaborazione nel settore della difesa. Il trattato istitutivo della NATO, il Patto Atlantico, fu firmato a Washington il 4 aprile 1949, ed entrò in vigore il 24 agosto dello stesso anno.

Nacque, dunque, in chiave antisovietica ma, nonostante ciò, rimase in essere anche dopo il disgregamento dell’URSS.

Le richieste di Putin si possono perciò spiegare partendo dalla premessa che l’Occidente non abbia rispettato la Russia in numerose occasioni dopo la caduta del muro di Berlino. Nella percezione del Cremlino ciò che sta accadendo ai confini orientali del continente europeo è, infatti, la conseguenza di un percorso iniziato nel 1999, percorso che ha spinto la NATO ad inglobare tutto l’ex impero sovietico.

No, non si tratta di essere sostenitori di Putin, chiariamoci immediatamente. Si tratta di capire una storia che è cominciata quando Bush (padre) promise a Gorbachev di non allargare il braccio d’azione della NATO oltre i confini posti come limiti più orientali della Germania dell’est.

Ora, Putin può piacere o no, ma il tema è che se l’Ucraina dovesse scindersi e aderire alla NATO, la Russia potrebbe considerare il gioco occidentale estremamente pericoloso e offensivo.

Se, per assurdo, l’Ucraina rivendicasse la Crimea e il Donbass, la Russia sarebbe ovviamente costretta a intervenire per difendere le popolazioni russofone dei territori appena citati e automaticamente si vedrebbe costretta non solo ad affrontare Kiev ma tutte le forze della NATO.

Fantapolitica? Sembra proprio di no.

La geopolitica funziona per mezzo delle sfere di influenza e delle zone di contenimento, per cui un gioco espansivo della NATO in funzione antirussa non potrebbe che costringere il Cremlino a difendere i propri interessi.

Vladimir Putin, a differenza di quello che sostengono i media occidentali, non è Adolf Hitler.

Certo, non è uno “stinco di santo” ma nella sua azione a sostegno degli interessi strategici del suo paese non c’è niente di diverso dalle manovre degli Stati Uniti d’America in Europa.

I missili, tuttavia, non bastano a comprendere le reali motivazioni della nuova guerra fredda. Se intendiamo comprendere il senso di una manovra geopolitica è necessario, infatti, mettere sul tavolo la questione energetica.

Secondo molti analisti, la crisi ucraina è una simulazione di guerra per il gas. In altre parole: un braccio di ferro per il controllo delle rotte del gas in Europa.

Secondo la Energy Information Administration nel 2022 gli Stati Uniti arriveranno a dotarsi di una capacità di esportazione di GNL di 11,5 miliardi di piedi cubi al giorno.

Vale a dire, puntualizza Goldman Sachs, il 22 per cento circa della domanda globale di questo combustibile (53,3 miliardi di piedi cubi al giorno).

Con queste considerazioni, è probabile, quindi, che gli Stati Uniti rimarranno i maggiori esportatori di GNL dal 2022 al 2025, (almeno fino a quando il Qatar non si riprenderà il primato con l’entrata in servizio dell’impianto North Field).

Nel frattempo, perché non vendere il proprio gas all’Europa e ridurre la dipendenza dei paesi della NATO dalla Russia?

Apparentemente, potrebbe essere una soluzione ma attenzione: il GNL (Gas Naturale Liquefatto) di importazione americana è un gas liquefatto che deve essere stoccato e poi trasportato sulle navi.

Ciò significa che allo stato dei fatti, considerati gli investimenti russi nei gasdotti e i contratti in essere, potrebbe costare molto di più…

Non a caso, gli Stati Uniti d’America hanno apprezzato la decisione della Germania di sospendere la costruzione del gasdotto North Stream 2 e non a caso buona parte delle tensioni si giocano proprio sul piano economico…

Ma…escludendo gli U.S.A. cui prodest in Europa un congelamento dei rapporti con la Russia?

Secondo gli studi dell’Osservatorio economico italiano sui mercati esteri, le esportazioni verso l’ex Unione sovietica sono valse all’Italia tra gennaio e ottobre 2021 ben 7.010,74 milioni di euro (un cifrone quasi impronunciabile, lo so) …

In conclusione, in un mondo sempre più globalizzato dove gli stati sono sempre più interdipendenti, un braccio di ferro che non tenga conto delle ripercussioni economiche reciproche può essere un cattivissimo affare per tutti.

Inoltre, continuare a raccontare all’opinione pubblica (non solo italiana) la favola dell’eterna lotta tra il bene e il male, i buoni e i cattivi, non può che contribuire ad indebolire quei valori democratici che, paradossalmente, intendiamo difendere fino all’estremo sacrificio…

Le differenze tra Joe Biden e Donald Trump hanno fatto scuola: secondo i media (non solo italiani, ripeto), Joe Biden avrebbe difeso la pace e i diritti e Donald Trump avrebbe portato l’umanità all’inferno ma a giudicare dalle incomprensioni crescenti in Europa sembra proprio che qualcosa non abbia proprio funzionato.

Con questo, non intendo affermare che non esistano prospettive positive o negative. Anzi. Ma piuttosto ribadire il concetto che la geopolitica, e per forza di cose la storia, non possono essere comprese come se stessimo analizzando una fiaba.

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