Un proverbio molto famoso ci insegna che “con i se e con i ma la storia non si fa”.

Cercare quindi di immaginare cosa sarebbe successo se… è quindi un esercizio potenzialmente divertente ma inutile.

La storia è storia, la storia appartiene quindi al passato e il passato non si può replicare: si osserva e si cerca di spiegare, tentando quanto possibile di contraddire Marx quando sosteneva che la storia è destinata a ripetersi (la prima volta come tragedia, la seconda come farsa).

Tra non molti anni, vorrei quindi fare un’analisi critica del mio passato senza fare ucronie ma piuttosto riflessioni utili al mio miglioramento.

Quando accadrà, spero di poter servirmi ancora di un libro letto appena pochi mesi fa, un libro fondamentale per capire la storia d’Italia: “Sergio Marchionne”, di  Tommaso Ebhardt (Sperkling & Kupfer, 2019).

La lettura del libro appena citato mi ha fortemente condizionato e inevitabilmente mi ha portato a riflettere con attenzione sul rapporto tra la Fiat e l’Italia.

In questa sede non mi soffermerò sull’azione di Sergio Marchionne né sulle ultime vicende che hanno visto FCA chiedere l’apertura di una linea di credito a banca Intesa, ma piuttosto sull’importanza quasi filosofica che ha avuto l’internazionalizzazione dell’azienda di Torino grazie alla visione e al coraggio di Sergio Marchionne, appunto.

Quando il 1° giugno 2004 diventa amministratore delegato del gruppo Fiat, Sergio Marchionne si ritrova a gestire un’azienda che aveva vissuto in simbiosi con lo Stato italiano per decenni e che ha goduto talmente tanto dei benefici del pubblico da non riuscire ad avere né la forza né la voglia di investire per essere competitiva.

Ciò che Sergio Marchionne riscontra è quindi un’azienda strutturalmente debole, un’azienda che non ha fatto le riforme giuste e che si ritrova ad essere di fatto impreparata di fronte alle sfide di un mondo globalizzato.

Nell’internazionalizzazione vede quindi una soluzione e dopo anni di lavoro, con la nascita del gruppo FCA (Fiat Chrysler Automobiles) si riesce a superare lo spettro del fallimento.

Come anticipato, non sarà approfondita in questa sede la dinamica dettagliata dei progetti di Sergio Marchionne ma il valore e il significato profondo della decisione di internazionalizzare un’azienda debole e non competitiva.

Molti, ancora prima di me, riflettendo sull’evoluzione del carattere dell’azienda della famiglia Agnelli, non hanno potuto fare a meno di descrivere un confronto con l’Italia: mentre la prima, costretta dai vincoli del mercato ha dovuto allargare i propri orizzonti per sopravvivere, la seconda ha perso l’occasione più di una volta e tergiversato.

La lettura della biografia che ho citato rivela in più di un’occasione la voglia e la necessità di rompere con il passato e la paura da parte della nuova amministrazione (gli scontri aperti con i sindacati e alcuni esponenti politici sono stati una prova evidente della portata rivoluzionaria del pensiero di Sergio Marchionne).

La domanda più immediata che sorge, dopo aver riflettuto sul percorso di FCA è: l’Italia ha perso negli anni un’occasione perché, a differenza della Fiat che ha preso la sua strada, non ha saputo innovarsi e lavorare ad un progetto?

Negli anni’60 del ventesimo secolo, la Fiat fu il simbolo del boom economico: un momento storico unico, segnato da ottimismo e progresso industriale.

Ciò che mi chiedo, come pensatore divergente è: sapremo mai ritrovare quello spirito e attualizzarlo? (Imparando, non casualmente, dagli errori commessi in quel tempo…)

Tornerà mai in Italia un nuovo momento di speranza? Un momento di speranza autentica, non imbevuto di ipocrisia stile “andrà tutto bene”? Torneremo a condividere una visione chiara e concreta per l’avvenire? A dare un senso alle nostre azioni? (Anche alle più piccole?).

Scrivo ascoltando una delle canzoni più belle di Rino Gaetano: “A mano a mano”: una canzone che parla di un amore ormai sfiorito, che ha perso la passione dei primi tempi, ma che con un po’ di impegno e una sincera consapevolezza può tuttavia rifiorire…

La ascolto e penso a quell’amore che tutti abbiamo perso, nonostante i vani tentativi di riscoprirci, per il nostro paese e mi chiedo: sapremo mai, con sincera consapevolezza, tornare ad avere fiducia (a mano a mano)?

Meritiamo tutti qualcosa di migliore dell’assurdo, apparentemente unico paradigma del presente (almeno spero). Meritiamo tutti qualcosa di migliore delle guardie civiche, perfetta rappresentazione della necessità di uno Stato che fa le cose tanto per dire di averle fatte… meritiamo tutti più educazione, insomma, e meno paternalismo.

Gli appunti della fase 3 sono, in conclusione, un universo di riflessioni che collegano Sergio Marchionne a Rino Gaetano, senza dimenticare necessità fondamentali per un paese orfano di prospettive e, forse, filosofia.

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