Un film intimo, non scontato e per niente facile da raccontare. Un capolavoro? Credo di sì. In ogni caso, un monito per non “disunirsi” da Napoli.

La realtà può ancora stupirci.

Tra un talk show corretto con l’ovvio e una popolarissima coppia che non ha niente da raccontare, esiste infatti un’alternativa: Paolo Sorrentino.

Grazie a Dio (e alla sua mano).

A vent’anni dall’esordio cinematografico con “L’uomo in più”, Paolo Sorrentino torna (attraverso il mare) nella sua città, Napoli, e compie un gesto unico ed estremamente coraggioso: si mette a nudo e si libera di un dolore terribile.

“E’ stata la mano di Dio” è quindi un ritorno a casa, un’autobiografia intima, un dipinto.

Il film si apre seguendo uno stile tipico del regista, confonde sogno e realtà e ci confonde ma non appena San Gennaro (Enzo De Caro) scompare, scompare anche il tocco inconfondibile di Paolo Sorrentino.

Ogni aspettativa viene perciò ben presto “delusa”, (se così si può scrivere), e non appena iniziamo a comprendere la direzione del racconto, si rende evidente lo scopo dell’autore: spogliarsi di tutto quello che può essere riconducibile all’artista che tutti abbiamo conosciuto e presentarsi come un adolescente ancora alla ricerca del suo posto del mondo.

Raccontare “E’ stata la mano di Dio” non è semplice perché si tratta di un film complesso ma, se si volesse tentare in ogni caso di partire da qualcosa bisognerebbe senza ombra di dubbio partire dall’acqua. Nello specifico, dall’acqua del mare.

L’acqua del mare, come Napoli, sembra non cambiare mai e restare sempre allo stesso posto. Ma non è così.

Non a caso, ogni impresa che comporta un cambiamento (e un rito di passaggio) non può prescindere (almeno a Napoli) dalla travolgente potenza del suo golfo azzurro, specchio naturale a cui tutto viene affidato spontaneamente…

Ciononostante, non basterebbe soffermarsi ad osservare il mare per capire Napoli e l’ultimo film di Paolo Sorrentino. No. Per cercare di capire, infatti, quanto importante sia il valore del cambiamento bisognerebbe proprio guardare ad un cambiamento specifico che avvenne nella città partenopea nel 1984, quando ha fatto la sua comparsa in scena Diego Armando Maradona.

Per quanto superficiale possa sembrare questo evento appena citato, a Napoli esiste un prima e un dopo Diego e il perché è presto spiegato: in una città dove il sacro e il profano sono (quasi) la stessa cosa, i simboli sono praticamente tutto.

Per questo motivo e solo per questo motivo, quella maglia numero 10, in un contesto un po’ anarchico dove il riscatto inteso come lotta al potere, alla dominazione e ad un nemico spesso costruito per mascherare l’incapacità di cambiare le cose, è riuscita a cambiare non poche cose.

Per questo motivo e solo per questo motivo, quella maglia numero 10 ha potuto realmente cambiare la vita di molte persone.

In una visione distorta, e forse un po’ mistica, Diego Armando Maradona è perciò un martire. E Napoli è una città di martirio, (non a caso, Alexandre Dumas scriveva che la vera divinità di Napoli è San Gennaro, perché un martire dalla parte del popolo e sempre non a caso è a San Gennaro che Paolo Sorrentino affida il compito di accompagnare gli spettatori in una sequenza introduttiva che spiega fin da subito che le cose, a Napoli, non sono mai come sembrano)…

A prescindere dalla trama che non ho intenzione di raccontare qui, il film si candida ad essere un capolavoro indimenticabile e unico. Per la prima volta, non solo riusciamo a capire (forse definitivamente) le origini di tutte quelle suggestioni che Paolo Sorrentino ci ha regalato negli anni, ma anche l’uomo dietro la volontà di fuggire da una realtà difficile e “scadente”.

In conclusione, penso sia stata una fortuna aver visto la catarsi di quello che ritengo essere uno dei più grani artisti italiani del ventunesimo secolo: il suo racconto di rinascita mi ha emozionato non poco e mi ha parlato chiaramente di una verità che non può assolutamente essere ignorata: “avere qualcosa da raccuntà”.

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