Sesto secolo avanti Cristo, Atene. Solone, seguito da Clistene, tra gli altri, introduce riforme che passeranno alla storia come i primi passi verso la democrazia.

Atene, seppur probabilmente non la prima polis democratica, è sempre ricordata come la culla non solo della civiltà occidentale, ma dell’allora rivoluzionario sistema politico. Il cittadino, allora il solo uomo libero, si trovò a ricoprire il ruolo dell’antico aristocratico. Nasce così la democrazia, tanto per via di pensiero classicamente filosofico, quanto per via di un approccio puramente pragmatico su come meglio gestire la vita del cittadino, e come giovarne al contempo.

Come alla radice di molte altre rivoluzioni storiche, alla base della nascita della democrazia si può trovare il sempiterno conflitto tra l’aristocratico e l’uomo comune. Spezzare il dominio del nobile per donarlo alle famiglie si ricche, ma non puramente aristocratiche, fu un passo concreto contro la sempre attuale minaccia posta dall’ennesimo tiranno.

Comunque lontana dalla perfezione, la vera e propria democrazia ateniese era una democrazia direttissima. Ogni cittadino era fondamentalmente obbligato per legge a parteciparvi. Ovviamente, essendo la definizione di cittadinanza diversa da quella moderna, il potere politico rimaneva comunque ristretto ad un gruppo spesso poco rappresentativo. Non è un caso che ad Atene la democrazia cedette spesso il posto all’oligarchia.

L’antico mondo classico delle polis era dunque un mondo politico caratterizzato dall’utilizzo della legge come strumento diretto per organizzare la realtà e la società. La legge gioca si al gioco della politica, ma ha un chiaro obiettivo sperimentale nel regolare le risorse della vita di tutti i giorni. Questo cambierà in futuro, con l’ascesa di una piccola città italica.

Repubblica Romana e famosi giochi politici

Se Atene ha inventato la democrazia, Roma ha inventato il moderno gioco politico. Sin dall’espulsione dell’ultimo re, Roma come Atene si è spesso preoccupata di impedire l’ascesa di un nuovo tiranno. Quando non si preoccupava di ciò, si impegnava nel crearne uno lei stessa. Incredibile quanto della storia dell’antica Roma sia un continuo susseguirsi di giochi artefatti e complessi, combattuti tra grandi giocatori, usando come manuale sia le leggi scritte sia come strumento per combattere autoritarismo, sia quelle scritte appositamente per catalizzarlo.

Il gioco della politica che il mondo moderno ha ereditato dalla Repubblica Romana è un gioco dove il piatto è ben altro, ma le regole sono le stesse. Abbandonato il pragmatismo greco che spesso vedeva soluzioni inique atte però a combattere un diverso tipo di iniquità, più tangibile, il nuovo gioco è quasi fine a se stesso. Il politico diventa un atleta che pratica il suo sport. L’elettore diventa un ultrà. La legge nell’antica Roma diventa uno strumento che non organizza solamente la realtà della vita sociale, ma spesso va ad aggiungere strati al preesistente labirinto legale. La funzione di queste nuove leggi è quella di regolare quelle precedenti, di coprire buchi, e di aggiungere regole ed ostacoli per fermare l’avanzamento dell’avversario politico.

Era moderna e contemporanea, l’abbandono del sacro.

La Rivoluzione francese, e la allora futura dissoluzione delle grandi monarchie europee dopo la Grande Guerra, all’apparenza avrebbero dovuto metter fine al conflitto tra uomo comune e aristocrazia. In pratica, però, non è difficile immaginare come il moderno politico abbia assunto il ruolo del vecchio nobile, come fecero in antichità le famiglie ricche di Atene.

Qual è, quindi, la grande differenza tra la politica contemporanea e quella antica? se il conflitto tra nobiltà e povertà rimane, seppur trasformato, allora la differenza va trovata nell’abbandono del sacro. sacro inteso come rispetto inerente per l’inalterabilità di certi principi. Un’esempio tra tanti potrebbe essere il Pomerio Romano. Il Pomerio era un limite invalicabile da chiunque portasse armi con se, accessibile a soldati e generali solo rinunciando ai loro titoli e attraversandolo come cittadino privato.

Quando alcuni, famosi personaggi iniziarono ad ignorare la sacralità di questa ed altre tradizioni, iniziò il declino della Repubblica. Oggi, il prepotente dominio del relativismo politico minaccia di ricoprire lo stesso ruolo, alienando chi ancora reputa fondamentale l’intoccabilità di ideali fondatori.

Così le costituzioni diventano carta straccia. i documenti fondanti degli stati moderni diventano dapprima interpretabili, e successivamente ignorabili. Se accoppiamo il trend verso il profano della politica con il classico gioco intraducibile in realtà che vede il governo essere più fine a se stesso che al suo vero ideale utilizzo, abbiamo una ricetta disastrosa.

Relativo e profano

Non bisogna sfociare nel puro tradizionalismo ultraconservativo per riportare un po’ di sacro nella politica. Basta ritornare ad una convenzione di base. Se solo una “fazione” accetta la sacralità delle costituzioni, non potrà assolutamente rivaleggiare il potere che chi le ignora può portare sul tavolo. Se il gioco politico è inevitabile, allora c’è un gran bisogno che tutti giochino secondo le stesse regole.

Quando questo non succede, ed il Cesare od il Mussolini di turno decidono di non stare alle regole, allora chi gioca secondo le regole non può assolutamente fermarli. O si raggiunge un accordo comune a tutto il popolo costituente di uno Stato su cosa è da considerarsi sacro e cosa profano, o alle regole ufficiali del gioco si donano degli strumenti che permettano a chi le reputa sacre di livellare il campo di gioco.

Questi strumenti non esistono in Europa. Nell’occidente sopravvivono solamente sotto forma del tanto odiato e tanto amato Secondo Emendamento della costituzione americana. Gli stati europei del secondo dopoguerra invece si fondano, ancora, sulla sacra convenzione che lo Stato è, da allora in poi, solo al servizio del popolo.

Per questo motivo, in Europa, ripudiare il relativismo politico e riconoscere l’importanza e l’inalienabilità dei concetti fondatori degli stati è l’unica soluzione per evitare pericolosissime circostanze, i precedenti delle quali riconosciamo, purtroppo, negli accadimenti del secolo scorso.

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