La premessa di queste poche righe è la seguente: detesto stare dietro ad uno schermo per un tempo relativamente lungo e preferisco largamente il contatto umano. Se ciò verrà calato nelle riflessioni che seguono, queste forse avranno un senso più completo.

Da qualche mese sono una logopedista e mi barcameno con bimbi bellissimi che mi riempiono le giornate di vivacità ed energia (o meglio che mi riempivano, fino all’inizio del lockdown). In particolare, i bambini con cui passo le mie ore sono prevalentemente bambini con disturbo dello spettro autistico, una condizione che colpisce principalmente l’area relazionale e comunicativa. Concretamente potremmo dire che per loro è molto più difficile e faticoso sintonizzarsi con l’altro. E questo è proprio quello che ogni giorno cerchiamo di fare insieme in terapia: aggiungere un pezzettino in più al grande puzzle della Relazione.

Da metà marzo tutto questo si è fermato, come è successo per la maggior parte delle attività ritenute non indispensabili.

Ed era sicuramente necessario, sarebbe stato difficile e pericoloso stare insieme in una stanza di terapia (di pochi metri quadri) con mascherina, guanti, dispenser, vetro di separazione e quant’altro. Sarebbe stato altrettanto doloroso per noi terapiste e per loro bambini non poter comunicare tramite il contatto fisico, considerando che questo spesso si rivela indispensabile per richiamare la loro attenzione e per condividere le attività. I bambini sono difficili da prevedere, non sai mai quando ti salteranno addosso, quando piangeranno o quando staranno per starnutire. E di questi tempi, le imprevedibilità non sono ben viste.
Da qui è iniziata la parentesi Smart-working.

Ora, vi chiederete come sia possibile fare terapia con dei bimbi con disturbi del neurosviluppo tramite un computer e la risposta è che si può fare. Basta accendere Skype, collegarsi alla stessa ora con il bambino e fare terapia con lui, presentandogli i power-point preparati o utilizzando software creati ad hoc per la teleriabilitazione, così viene chiamata questa buffa parentesi. Tralasciando problemi tecnici di connessione e di affaticamento della vista, si cerca di fare il possibile per continuare il lavoro interrotto così bruscamente e per non dimenticare i nostri bambini.

Ma, la domanda che in questi giorni (mesi ormai) mi tormenta più di altro è: a che punto sarà il puzzle della Relazione dei miei bambini? Avranno aggiunto qualche tassello o sarà fermo da due mesi? O addirittura qualche pezzo sarà andato perso?

Sicuramente ciò che non si può curare con questa modalità telematica è la relazione, sia con noi, ma soprattutto con i pari, non frequentando più la scuola, le attività sportive o ricreative. E per un bambino che ha già normalmente grandi difficoltà nell’interagire, questa “pausa” non può che essere dannosa. Personalmente, se avessi una bilancia e mettessi, a destra la paura per il contagio e la difficoltà nel prendere precauzioni in questo contesto, e a sinistra la perdita di tempo prezioso in cui poter adoperarsi per non fermare il loro percorso, non so dove penderebbe il mio ago.

Con queste parole, vorrei solo che si prendessero in considerazioni tutti i rischi che questa quarantena può arrecare, partendo da quelli sanitari, essendo certamente i più importanti, ma non dimenticandone altri, altrettanto rilevanti, che richiederanno un’attenzione maggiore una volta tornati alla quotidianità.

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Comments to: Rimaniamo in Contatto
  • 13 Maggio 2020

    Hai ragione Benedetta, non dimentichiamoci niente e non oscuriamo tutto il resto a causa del virus!

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